L’Uomo, la Bestia e la Virtù
di Willywonka
Credo di poter rispondere alla domanda “se sia necessario” organizzare eventi come il Congresso Regionale nel quale la Fiba dell’Emilia Romagna si propone di parlare delle Persone e dei loro diritti, delle loro esigenze, della loro dignità, della loro tutela.
Negli ultimi tempi accendiamo i televisori e le parole dei candidati alla Custodia dei Valori ci scorrono nelle orecchie, prive di significato nella loro tuttologica surrealtà, scricchiolanti e morte come le foglie d’autunno.
La battaglia alla carica di Custode dei Valori è il paradigma del potere, viene prima di ogni incarico, di ogni responsabilità, perché chi la vince diventa Degno Interprete del sentire comune e quindi può rappresentare qualunque interesse e decidere qualunque cosa, per conto delle moderne comunità di silenziosi teledipendenti velinopatici.
Gli eserciti in campo sono molteplici, agguerriti, avidi di riacquisire - agli occhi di chi è posto in condizioni di non capire – credibilità e consenso. Dibattono all’ultimo respiro su temi dei quali a loro non potrebbe importare di meno, quali la vita e la solidarietà. Lo fanno perché la classe politica attuale è il sedimento di anni di lotte intestine per le sedie, scandali, corruzioni, legiferazioni salvaquesto e impedisci quello. Più che poco credibile è diventata incredibile. Ecco allora che si pone l’urgenza di un lifting radicale a tutte le parti esposte del corpo cancrenoso.
I lifting di immagine della classe politica sono possibili quando essa può abbandonare i complessi temi ordinamentali e legiferativi convenzionali (quali la politica fiscale, la ristrutturazione dei ministeri, la politica energetica, ecc.: temi incomprensibili agli occhi degli elettori, che non appena ne ascoltano ai TG l’enunciazione, automaticamente premono a caso i pulsanti dei telecomandi alla ricerca spasmodica di una telecamera del Grande Fratello) per affrontare questioni che riguardano la definizione dei principi fondamentali dell’uomo, la sua essenza, la sua socialità.
Quando la classe politica vede sorgere dietro le colline una questione che riguarda la Vita, vi si aggrappa come ad una nuova alba di speranza. L’obiettivo non è vincere la battaglia sulla Grande Questione, ma partecipare in modo visibile e schierato. La vera ragione della disputa è l’opportunità di riacquisire credibilità attraverso un processo semplificato, che ricoaguli attorno al politico un sano aggregato di Valori fondanti, in modo che agli occhi dello sfrangiato elettorato egli ne ridiventi simbolicamente il Custode.
Se sei politico conservatore, strizzerai l’occhio assertivamente ai proclami vaticani anche se non distingui il Vangelo da Topolino. Se sei progressista, avrai l’opportunità di rivendicare la tua visione laica e solidale della vita, oltre la scia di paradossi, lussi e compromessi che lasci alle tue spalle quotidianamente. Il politico torna ad essere ciò che è quando affronta i Grandi Principi, perché in quei casi anche il corrotto insegna l’onestà, l’ipocrita la coerenza, l’egoista l’altruismo. E’ la ragione per cui su questo terreno si muove meglio chi è ipocrita egoista corrotto, anche se comunque tutti gli altri si danno efficacemente da fare.
Alla fine della battaglia, ciascuno agli occhi del proprio elettorato sarà riaffrancato, la gente passerà la spugna sulle sue nefandezze del passato perché dirà: nonostante tutto, costui è il Custode dei Significati per i quali io esisto. Egli ha la Visione. Egli merita il mio voto, non merita la mia incertezza.
L’acriticità spesso prevale sull’evidenza dell’oggettività di ciò che accade in questo momomento out there, là fuori. Se questo avviene, è anche grazie all’informazione, che opera in chiave simbolica strumentalizzante.
Il termine “simbolo” trova il suo etimo nel greco “sun” (=”con”) + “ballein” (=”portare”, “lanciare”), e quindi nel significato di “aggregare”, “associare”. Infatti, nell’antica Grecia, i membri di un gruppo destinati ad intraprendere strade diverse usavano rompere un piatto di terracotta: ognuno ne avrebbe conservato un coccio, che sarebbe stato parte della ricomposizione del piatto, quando il gruppo si sarebbe riaggregato.
Neurologicamente, ogni cervello si sviluppa attraverso il consolidamento di una rete di simboli, ai quali l’esperienza associa ricorsivamente elementi acquisiti, attribuendo quindi ad essi significati. Se ciò non avvenisse, dovremmo assegnare un nome diverso ad ogni tronco con in cima rami e foglie, anziché chiamarli tutti semplicemente “alberi”. Ogni parola, ogni idea, sono il risultato e l’espressione di una simbologia codificata da ciascuno di noi, attraverso le rispettive esperienze di vita, e poi socializzata e condivisa. In questo senso, niente come il linguaggio può essere considerato ad un tempo espressione, veicolo e condivisione della cultura di un gruppo, di un popolo, o di una specie che lo utilizza.
Fondamento di una cultura, anzi, dei suoi confini “territoriali”, che definiscono ciò che è bene e ciò che è male – e quindi ciò che è buono e ciò che è cattivo – sono i valori che essa esprime attraverso le scelte che un gruppo condivide, o dalle quali un gruppo si dissocia. Si tratta, come è evidente, di confini assai mobili, perché all’evolversi delle condizioni ambientali e sociali che circondano un gruppo, questo reagisce adattandosi per cambiare o per non cambiare. E’ chiaro che anche in questo secondo caso “conservativo” il gruppo cambierà, perché dovrà riscrivere valori che permettano di modificare con le proprie interazioni il mondo circostante mutato.
Quindi, ogni volta che un gruppo deve cambiare, deve ridefinire in parte i propri valori, riscrivendo direttamente od indirettamente i confini valoriali del proprio territorio “del bene e del male”, modificando la propria cultura. Si tratta di un processo rispetto al quale ciascuno di noi, consciamente od inconsciamente, è quotidianamente sottoposto. E’ un processo che a livello individuale può essere (ed è) in gran parte “subito”, nella misura in cui i cambiamenti del gruppo vengono accolti come intrinsecamente necessari e non negoziabili razionalmente. E’, d’altra parte, un processo rispetto al quale l’individuo può porsi in termini rielaborativi e creativi, perchè ciascuno può contribuire attivamente e fattivamente con le proprie scelte individuali ad interagire nella coscienza e nelle abitudini che il gruppo consolida.
L’individuo quindi mantiene un ruolo centrale nella generazione della cultura, decidendo come sistemare al meglio il proprio “coccio” nella ricomposizione del piatto di terracotta della comunità: perché quello che collega la catena logico-simbolica dei valori individuali al simbolismo dei valori su cui poggiano la cultura sociale e (quindi) le scelte collettive, è l’attività cognitiva del singolo, nel suo rielaborare i messaggi collettivi che riceve per farli propri e reagire di conseguenza dopo che li ha negoziati.
Qualcuno osserverà a questo punto: “Le scelte di un gruppo sono responsabilità di chi ha il potere di realizzarle, e questo potere non è certo a disposizione dell’uomo comune”. Detto in un mondo di grandi potenze, dichiarate democrazie rappresentative, suona strano. Chi ha il potere in un contesto rappresentativo è espressione di consenso collettivo, e’ il piatto incollato da milioni di cocci. Ma i milioni di cocci di consenso saltano fuori da omologazione di comportamenti a fronte di messaggi acquisiti ed integrati nella cultura del gruppo.
La questione dei messaggi collettivi nella catena dei simboli che unisce i valori individuali a quelli sociali diventa così fondamentale. Il messaggio è un veicolo di valori, uno specchio che restituisce all’individuo complesso schemi semplificati del “giusto” e dello “sbagliato”, del “cosa si dovrebbe fare” e del “cosa non si dovrebbe fare”, del “che bella cosa quella” e del “che brutta cosa quell’altra”. I mezzi di informazione ci bersagliano sistematicamente di contenuti che esprimono queste categorie di giudizio. Ma credo non occorra aggiungere riflessioni su come questo possa essere strumento di manipolazione, fatto di per sé scontato, ed ampiamente dibattuto: è evidente, se il potere si fonda sul consenso, avendo i mezzi per comunicare sistematicamente ed efficacemente un concetto di bene e di male, è possibile incarnare facilmente il primo per dimostrare di combattere il secondo.
Vorrei invece che ci concentrassimo su un aspetto meno formale e più essenziale che deriva da questo modo-mondo di fare informazione.
Senza dubbio, attualmente, sia fare che ricevere “informazione” è intrinsecamente difficile e complesso, perché siamo in presenza di tanti canali (cartacei, televisivi, digitali, ecc.) che tendono a “disperdere” i significati di ciò che accade oggettivamente nel mondo in una nube di schegge di interpretazioni e di opinioni, che bersaglia e relativizza intrinsecamente agli occhi dell’individuo l’impatto valoriale degli eventi.
Per chi ha il potere di condizionare l’informazione proposta, i contenuti significativi selezionati – quelli che vengono privilegiati fra le informazioni che potrebbero / dovrebbero essere sottoposte – sono quelli che fanno “facilmente” emergere associazioni a valori positivi, o dissociazioni da valori negativi, informazioni e contenuti, cioè, rispetto ai quali sia più facile strumentalizzare in modo evidente le proprie posizioni.
Questa osservazione vale come regola, e quindi è assunta in modo assolutamente indifferenziato da tutti gli aggregati di potere che esprimano posizioni sia conservatrici che progressiste. Se guardiamo nel concreto, l’impatto di questa modalità di fare informazione è devastante. L’oggettività di fondo della realtà è completamente abbandonata a sé stessa, proprio per la sua intrinseca complessità che male si adatta ad una facile strumentalizzazione simbolica. Fare informazione in questo contesto, mediare la catena simbolica che relaziona valori individuali e valori sociali, diventa surreale.
Il passaggio successivo, che fa scendere la situazione di un ulteriore rampa di scale, è la generazione di eventi che possano essere oggetto idoneo di informazione simbolica. L’evento cioè viene creato, rimodellato e strumentalizzato ad arte per poter essere facilmente assimilato e veicolato in chiave simbolico-valoriale nei canali di informazione. La differenza è che qui non si parla più di rappresentare ciò che accade selezionando ciò che più si adatta ad essere valorialmente rappresentato. Qui parliamo di di far accadere e macro-strumentalizzare ciò che è più idoneo ad essere rappresentato per chi vuole associarsi o dissociarsi nell’immaginario simbolico dai valori positivi o negativi espressi dall’evento stesso creato.
Il potere cioè viene acquisito - o si affranca – attraverso una rappresentazione di ombre di verità artefatte e semplificate, su azioni, meriti, iniziative, grandi crociate promosse perchè di grande impatto emotivo simbolico. Chi governa, chi fa opposizione, assume quindi con questa modalità la guida di un mondo virtuale, rimodellato, sintetizzato, astratto, surreale. L’attività di governo e di opposizione diventa un veicolo di campagna auto promozionale permanente, persa su un palcoscenico dove si rappresenta un’altra realtà, profondamente diversa da quella che riguarda la platea degli spettatori, che pure in tal modo nella rappresentazione si identificano e rimodellano i simboli dei loro valori individuali.
Pensiamo al regno animale. Ci sono regole non scritte ma biologiche (termine che letteralmente qui interpreto come “logiche per la vita”): per esempio, la tutela della prole da parte dei genitori, che istintivamente proteggono i figli e li nutrono, spesso al prezzo della loro stessa vita. La cosa avviene senza che vi sia una rielaborazione intelligente di valori, una scelta consapevole, quindi possiamo dire che sia un atto naturalmente dovuto.
Ora pensiamo all’uomo, che ha un’intelligenza tendenzialmente evoluta, e quindi la possibilità di rielaborare criticamente le informazioni che ottiene dalla realtà, per – si è detto – definire una piattaforma simbolica di valori di riferimento. L’associazione dei simboli usati dal potere per affermarsi attraverso i mezzi di informazione produce una situazione in cui il dovuto è marginalizzato perché scontato e disperso in una galassia di cose necessarie, rese invisibili, e fondamentali, ma rese irrilevanti. Il dibattito, le iniziative, le crociate, le proposte, tutto deve ruotare attorno a ciò che è simbolicamente, facilmente rilevante e percepibile, nella sua semplificazione di giusto o di sbagliato o di buono o di cattivo che esso rappresenta.
Se questa nuova architettura di gestione del potere e del contropotere, dell’informazione e della controinformazione, porta effettivamente a disinvestire l’attenzione sociale nell’invisibile “dovuto” (tanto per sparare nel mucchio dei problemi, al diritto al lavoro, ad una casa ai milioni di sfrattati esecutivi, sostegno assistenziale ed economico agli anziani, alle famiglie, istruzione di buona qualità accessibile a tutti, ecc.) , in sostanza la nostra capacità superiore di esseri senzienti – di cui si parlava prima – di generare ed evolvere scientemente in chiave simbolico-valoriale una cultura sociale, ci porta ad un risultato notevolmente al di sotto delle premesse minime biologiche di conservazione che si osservano le altre specie animali, che in quanto tali invece noi umani definiamo arrogantemente inferiori.
Da qui, il titolo che ho dato a queste righe, rubato a Pirandello, che ci porta ora alla domanda che egli pure aveva posto: “In un mondo dove l’uomo e la virtù ne escono sconfitti, è legittimo domandarsi: chi è alla fine la bestia?”
Perciò alla domanda “se sia necessario” organizzare eventi come il Congresso Regionale nel quale la Fiba dell’Emilia Romagna si propone di parlare delle Persone e dei loro diritti, delle loro esigenze, della loro dignità, della loro tutela la mia risposta è, senza dubbio, SI’.
Certamente Willywonka, un Congresso come quello di Rimini è necessario, nel senso che serve, eccome se serve!
Serve soprattutto quando le persone che vi partecipano sono animate da qualcosa che le accomuna. Che non è semplicemente di risiedere in un territorio come quello della nostra regione, che già di per sé è un privilegio, ma soprattutto di condividere un sogno, una passione, che tutti insieme abbiamo manifestato, con tutti i nostri difetti, con tutte le nostre debolezze, che comunque non dobbiamo mai dimenticare, né disconoscere, perché sono parte di noi. E così come del nostro innamorato/a accettiamo tutto, così anche di noi stessi, della nostra splendida organizzazione, dobbiamo accettare tutto, anche quelle “macchie solari” che quando guardi il sole, col cavolo che te ne accorgi, fai prima a fulminarti la retina! …
“La forza della squadra deve essere quella di sopperire tutti assieme alle mancanze ed ai difetti dei suoi singoli !” grida forte ai suoi ragazzi il vecchio mister che quella frase l’ha ormai ripetuta migliaia di volte, praticamente ad ogni partita. Aggiunge poi: “Uniti avanziamo, conquistiamo terreno, ci sacrifichiamo in difesa e, soprattutto, facciamo le tre cose fondamentali che sappiamo fare meglio: sostegno, sostegno, sostegno !” Conclude poi il suo breve discorso con la consueta frase ad effetto: “E ricordate che qui, qui in casa nostra, nessuno può vincere, al massimo può segnare più punti !”. Sempre così, non ha mai aggiunto altro; si sofferma ad osservare i volti dei suoi ragazzi e capisce al volo se sarà una buona partita. Poi il nulla, il tempo si ferma ed il silenzio avvolge lo spogliatoio: ciascuno si concentra per ripassare i propri compiti una volta in campo e soprattutto a come poter dare il meglio di sé per i compagni e per la squadra. All’improvviso un fischio dall’esterno li riporta tutti lì, in quel luogo e in quel momento: l’attesa è finita, inizia la partita …
… ah ma scusatemi, qui si doveva parlare del Congresso di Rimini ! Amici credo proprio di essere andato fuori tema !