Un collega (ed amico) ci invia da Ferrara queste considerazioni, che meritano un’ attenta lettura .. e anche un bel dibattito..
I moderni stati democratici apprezzano l’eguaglianza delle opportunità e tentano di innalzare il tenore di vita dei meno fortunati. Il risultato che ottengono è però solo parziale e la gente si chiede: “che fetta della torta sociale viene sacrificata per dividerla in parti eguali”?
Lo Stato del benessere sa che esistono limiti alla sua ricchezza e quando tenta di distribuirla in eguale misura tra i cittadini si accorge che la torta dell’efficienza viene in parte sacrificata.
La distribuzione del benessere economico deve cominciare con una misurazione accurata del reddito ( le entrate totali di una persona o famiglia durante un anno) e del patrimonio ( il valore monetario netto delle attività possedute in proprietà a un certo momento).
Il reddito è un flusso ( come la portata di un fiume); il patrimonio è uno stock ( come il volume di un lago). La distribuzione del reddito tra le famiglie italiane potrebbe essere rappresentato con una piramide costruita con i cubi con cui giocano i bambini e otterremo un vertice alto quasi quanto l’Everest, con la maggior parte degli italiani a non più di qualche metro da terra. In altre parole: c’è molto spazio in alto perché giungervi non è facile.
La diseguaglianza è forte. Una delle cause della diseguaglianza della distribuzione del reddito sta nella diseguaglianza dei patrimoni.
Chi è ricco per eredità, fortuna o abilità gode di redditi di gran lunga superiori a quelli della famiglia media. Negli Usa i dati indicano che l’imprenditorialità è stata la fonte principale dei grandi patrimoni, ma circa un terzo dei 100 americani più ricchi lo è per nascita.
Di fronte al dilemma della povertà le società cercano di prendere provvedimenti, ma ciò che viene dato al povero deve essere tolto a chi povero non è e qui subentra la resistenza all’imposizione fiscale ridistributiva. Nell’adottare provvedimenti per ridistribuire il reddito lo Stato può nuocere all’efficienza economica, riducendo la quantità di reddito da distribuire.
D’altra parte, se l’eguaglianza è un bene etico, vale la pena di sopportare per esso un qualche costo. Il problema è stabilire in che misura vogliamo accettare una riduzione dell’efficienza per ottenere una maggiore equità. Un celebre economista amava dire:”
Se siamo contrari alla diseguaglianza saremo contenti che si metta in un secchio un dollaro preso dai ricchi per darlo ai poveri, ma bisogna evitare che il secchio della ridistribuzione abbia un buco e perda”. Il dilemma fondamentale consiste nel fatto che i provvedimenti ridistributivi, probabilmente ridurranno la produzione reale, perché attenuano gli incentivi a lavorare, risparmiare e investire.
Quindi un paese, quando prende in considerazione le sue politiche ridistributive, dovrà confrontare il beneficio di una maggiore equità con i costi derivanti da una diminuzione del reddito nazionale. L’obiettivo è quello di evitare che il tentativo di aiutare una classe sociale a spese di un’altra finisca col danneggiarle entrambe.
Negli Usa sono state studiate le principali inefficienze indotte da alte aliquote d’imposta e dai programmi assistenziali. I dati empirici mostrano quanto segue:
- un aumento delle aliquote d’imposta non danneggia lo sforzo lavorativo, cioè non si è incoraggiati a lavorare di meno;
- un aumento delle aliquote d’imposta non scoraggiano il risparmio e l’investimento.
Il verdetto deve essere cauto, ma sembra che il secchio non perda. Possiamo affermare che i danni non sono rilevanti in termini di reddito nazionale se i fondi destinati ai programmi ridistributivi vengono prelevati da un’imposta applicata su un’ampia base.
L’eguaglianza ha costi oltre che benefici.
Ci auguriamo che l’Italia , in questo suo grave momento storico, sappia coniugare eguaglianza ed efficienza in nome del suo riscatto.
GIORGIO LODO
Non credo che una maggiore equità comporti una minore efficienza.
Non dimentichiamo che il maggior danno per l’efficienza del sistema deriva dalla criminalità organizzata, dall’illegalità, dall’evasione fiscale e, più in generale, dal mancato rispetto delle regole.
Queste sono i mali principali che affliggono l’efficienza del nostro sistema economico-democratico.
Grazie per lo stimolo, argomento complesso e stimolante.
Complicherei ancora il quadro, parlando in senso lato di giustizia sociale. In Italia c’è giustizia sociale? Chi ha di più (per capacità, quindi reddito, o per “fortuna”, ad esempio patrimonio accumulato per successioni) paga sempre di più? Probabilmente no.
E poi è giusto colpire i piccoli e medi patrimoni familiari, costruiti faticosamente con il sudore nella fronte dai padri e dai nonni?
Credo che in Italia si debba mettere mano una volta per tutte alla diversa tassazione sul lavoro dipendente (e sui pensionati) e a quella sul lavoro autonomo, colpendo realmente le iniquità da tutte conosciute, ma…
E poi mettiamo una volta per tutte la lente di ingrandimento sui reali proprietari dei beni di lusso, dei grandi patrimoni mobiliari e immobiliari, sui titolari effettivi.
Nulla di male quindi nella redistribuzione del reddito, anzi, lodevole, per cercare di arrestare il trend attuale (il “volgo” è sempre più povero, i ricchi sono sempre più ricchi), ma ad un patto: FAR APPARIRE TUTTA LA TORTA DA DISTRIBUIRE.
Ora in Italia una bella parte di torta da distribuire è distratta, occultata, in questo senso occorre raggiungere una almeno accettabile giustizia sociale come presupposto fondamentale al fine di ragionare poi su una equa redistribuzione del reddito.
Una delle prime cose che si impara quando si è piccoli, è quella di tenere d’occhio le regole. Eh già, perchè se partecipi ad un gioco e ti cambiano sempre le regole o non le rispettano, come minimo il bambino si incavola e spesso prende su e lascia giocare gli altri.
Sono decine di anni (sembrano secoli) che in questo paesucolo di furbastri non si rispettano le regole e io mi sono rotto gli zebedei di fare sacrifici per conto terzi.
Prima riordiniamo il giochino, sono d’accordo con te, Aiace: vogliamo vedere tutta la torta!
E basta con questa truffa permanente che ci spacciano per immutabile!
BASTA anche con questo mercato tarocco. Il sistema planetario(fasullopoli?) sta implodendo e noi ci siamo nel mezzo. Ma è ora che paghino quei criminali che hanno fatto e fanno il bello e il cattivo tempo con la loro finanza sporca, con i loro proventi illeciti, con il loro sfruttamento di risorse e di persone.
Questa crisi è una opportunità per URLARE forte: NOI NON CI STIAMO!
BASTA CON LA RASSEGNAZIONE! Se siamo il 99%, dimostriamolo!
Pagatevela voi la vostra crisi e i vostri pastrocchi. Scannatevi fra di voi invece di macellare noi. La pecora è ora che ruggisca!
Giovanni
Mi complimento con l’amico di Ferrara per lo spunto. Dal grande ottimismo che traspare, anche dai commenti, invito alla seguente ulteriore riflessione.
Siamo nati tutti dopo la guerra. A scuola ci hanno insegnato che eravamo la quinta potenza mondiale per produzione industriale. Eravamo una grande potenza ed esisteva il Terzo Mondo.
Con la crisi ultima, forse si è spezzato anche questo sogno. Forse siamo ancora nel secondo mondo e, se non ci rimbocchiamo le maniche, rischiamo una ulteriore retrocessione.
Sarebbe il caso che gli italiani capissero, ma sarà molto faticoso, che il benessere si conquista giorno per giorno in base a ciò che è disponibile. A mio avviso siamo ancora vittime di una grandeur che non è mai esistita, ma che serviva dopo una guerra civile a sanare i conflitti interni.
Terminato il sogno facciamo i duri conti con la realtà.
Chiosa finale la crisi è partita dallo stesso ambiente che controllava che ciò non avvenisse. Gli stessi che dovevano controllare determinano il rating di tutto. Calando il rating fanno pagare a Te i loro (o)errori.
Sono ancora ottimista siamo passati da 2 ventenni e siamo ancora qui !